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L’AVENA MIGLIORA IL PROFILO LIPIDICO

Parla il Nutrizionista

Da tempo sono noti gli effetti sul controllo della colesterolemia esercitati dai betaglucani, fibre polisaccaridiche solubili presenti in alcuni cereali tra cui orzo, segale e soprattutto avena; questi effetti sono riconosciuti dalle autorità internazionali per la sicurezza alimentare di tutto il mondo, a dosi quotidiane non inferiori a 3 grammi. In una metanalisi pubblicata sull’American Journal of Clinical Nutrition, che ha coinvolto 28 studi randomizzati e controllati tra il 1966 ed il 2013, si sono potuti osservare gli effetti di una dieta a base di derivati dell’avena sulla colesterolemia; un consumo quotidiano compreso tra 3 e 12 grammi di betaglucani (attraverso l’utilizzo di farine, biscotti, prodotti da forno, muesli e porridge a base di avena) ha permesso di confermare una riduzione di circa il 5-6 % del colesterolo totale e della quota LDL, quella considerata pericolosa, rispetto al consumo di prodotti con bassa concentrazione di fibre solubili o ricchi di fibre insolubili.

Il periodo osservazionale mediano è stato di 12 settimane, ma gli effetti sul controllo lipidico si sono osservati già al termine della seconda settimana, per poi stabilizzarsi nelle successive. I betaglucani sono in grado di agire sulla riduzione della colesterolemia sia limitando l’assorbimento intestinale della quota esogena, sia ostacolando la sintesi epatica del colesterolo endogeno, quello cioè “fabbricato” dal fegato. La nutraceutica si arricchisce dunque di nuove conferme; in questo caso l’utilizzo dei betaglucani dell’avena rappresenta uno degli strumenti a disposizione di tutti per migliorare il profilo lipidico in forma totalmente naturale. Unica avvertenza per gli intolleranti al nichel; essendo l’avena una discreta fonte, se ne raccomanda l’assunzione controllata.

Paolo Palmas: Naturopata Nutrizionista, Resp. Nutrigroup

I benefici della frutta a guscio:

analizziamoli insieme agli Esperti

La frutta a guscio come pistacchi, arachidi, noci, mandorle, può essere di aiuto nei momenti in cui ci si sente particolarmente spossati (come in estate, per esempio, quando il clima è più afoso, ma non solo): con le giuste dosi, infatti, questi preziosi alimenti possono fornire l’energia giusta per affrontare la giornata, diventando un ottimo spuntino proprio a metà giornata. Approfondiamo l’argomento insieme alla dottoressa Elisabetta Macorsini, biologa nutrizionista di Humanitas Mater Domini e di Humanitas Medical Care di Monza e Arese.

L’effetto “integratore” della frutta a guscio

La frutta secca a guscio comprende noci, nocciole, mandorle, pinoli, arachidi, pistacchi, castagne, noci di cocco. Grazie al suo elevato contenuto di grassi, è definita “frutta oleosa” o “lipidica”. Si tratta però di grassi buoni, insaturi e polinsaturi (soprattutto della serie Omega-6 e Omega-3), che contribuiscono ad abbassare i livelli di colesterolo del sangue e a limitare il rischio di incorrere in malattie cardiovascolari. La frutta a guscio contiene poca acqua, pochi zuccheri e una discreta quantità di proteine: siamo intorno al 12-13% per 100 grammi. Elevati anche i quantitativi di calcio, ferro e selenio, ma anche magnesio, fosforo, rame. Per quanto riguarda l’apporto vitaminico, in generale la frutta secca è molto ricca di vitamine B ed E: per fare un esempio, una porzione di pinoli contiene circa un terzo del fabbisogno giornaliero di vitamina E. L’assenza di glutine lo rende un alimento adatto ai celiaci, ma sono indicati anche nei vegetariani, nei vegani e a chi fa attività fisica. Inoltre, la frutta a guscio contiene un’importante quantità di fibre, essenziali per il corretto funzionamento del nostro intestino.

L’apporto calorico        

L’apporto calorico della frutta secca è, di per sé, molto alto: siamo intorno alle 600 calorie per 100 grammi. Tuttavia, come leggiamo nelle linee guida italiane, una porzione di 30 grammi consumata un paio di volte alla settimana, equivalente a circa 7-8 noci, 10-15 mandorle o 40-50 pistacchi, può essere un’ottima alternativa agli snack meno salutari. Ovviamente si può pensare di consumarne anche più di due volte alla settimana, regolando però le porzioni.

Meglio consumarla tostata

La tostatura permette di distruggere con il calore buona parte dei grassi, tuttavia l’importante è evitare di assumere frutta secca salata: oltre ad aumentare considerevolmente l’apporto calorico, il sale contenuto ad esempio nei pistacchi salati o nelle arachidi è eccessivo, e alla lunga può causare gravi danni alla nostra salute.

L’importanza del “guscio”

Il guscio assicura alla frutta una lunga protezione, che arriva a circa cinque mesi dalla raccolta. In caso ci siano a disposizione confezioni già sgusciate, meglio preferire quelle sigillate: se esposti alla luce, all’aria o al calore, infatti, i grassi insaturi tendono a rovinare il prodotto. In ogni caso, la frutta secca si può conservare tranquillamente in barattoli non trasparenti, e resistere anche per mesi in frigorifero.

Quando evitare il consumo di frutta secca a guscio?

A causa della grande quantità di fibre presenti, la frutta secca è sconsigliata a chi soffre di patologie dell’apparato digerente, come colite, rettocolite ulcerosa, gastrite, ulcera e malattia di Crohn.

Fonte: humanitasalute.it

Malattia di Parkinson:

ulteriori conferme sul ruolo di microbiota e metaboliti intestinali

La malattia di Parkinson, una patologia neurodegenerativa che colpisce il movimento, di solito si manifesta inizialmente con problemi gastrointestinali che precedono i sintomi motori. Di recente, un gruppo di ricercatori ha scoperto che i metaboliti microbici potrebbero svolgere un ruolo nello sviluppo delle complicanze gastrointestinali associate al disturbo. I risultati, pubblicati su Cell Reports, potrebbero quindi aiutare a scoprire il ruolo svolto dai microbi intestinali e dai loro metaboliti nei disturbi associati al morbo di Parkinson. Diversi studi hanno identificato alterazioni del microbiota intestinale in individui con malattia di Parkinson, ma rimane da chiarire se i batteri intestinali possano influenzare lo sviluppo o il decorso dei sintomi gastrointestinali. Per scoprirlo, i ricercatori guidati da Adil Mardinoglu e Saeed Shoaie del King’s College di Londra e del Science for Life Laboratory di Stoccolma hanno analizzato il microbiota intestinale di 31 persone con malattia di Parkinson e 28 individui sani.

Le alterazioni del microbiota nel Parkinson

Rispetto ai controlli, il microbiota intestinale degli individui con malattia di Parkinson è risultato caratterizzato da una maggiore abbondanza di batteri tra cui Akkermansia muciniphila, Alistipes shahii, Alistipes obesi, Alistipes ihumii e Candidatus gastranaerophilales. Altri batteri, tra cui le specie Prevotella, Lactobacillus e Streptococcus, nonché Clostridium saccharolyticum, Desulfibrio piger, Roseburia intestinalis e Faecalibacterium prausnitzii, sono risultati ridotti rispetto ai controlli. R. intestinalis e F. prausnitzii sono noti per produrre butirrato, una molecola che è stata associata a esiti positivi per la salute. I cambiamenti nella composizione del microbiota intestinale osservati nelle persone con malattia di Parkinson sono risultati associati alla gravità della malattia, ai problemi gastrointestinali e all’età dei pazienti. Ad esempio, l’abbondanza di Escherichia coli è aumentata con l’età ed è stata associata alla gravità della malattia e alla disfunzione gastrointestinale; Erysipelatoclostridium e Victivallis vadensis sono risultati correlati alla gravità della malattia e all’età degli individui con malattia di Parkinson.

Fonte: microbioma.it

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